La Traccia

La Traccia
– La Traccia – Poesia sonora – multisensoriale –

Ci fu un tempo di inizio.
Nulla aveva un nome, un volto.
Pure, eravamo qui.

Li vidi, i sogni passare, offrire calici inutili coppe.

In principio
Eravamo noi, il fuoco, la notte.
Erano le stelle.
Ovunque vagavano occhi e fiere
e il sacro silenzio di Dio.
Abitammo il tempo, la terra.
Attraversammo il silenzio.
Così lontani e soli, che fare di noi?
Come chiamarti, come cercarti?

Nelle vie, improvvisa come un’alba, la nostra voce.
– – –
Grave, a volte, il peso impreciso, obliquo, di un raggio al tramonto.

Oltre il tuo nome
Quando, come per tutti, ogni cosa si fa dolore
e chiara s’apre la mente all’immobile quiete,
nulla rimane oltre il tuo nome gridato attraverso il silenzio.
Fu la natura che, come una madre, ci condusse a Te.
Ed eri Acqua, Aria, Fuoco e Terra.

Pure, il nostro cuore, cesserà di battere, le mani lasceranno ciò che avremo voluto.
– – –
Quali diverse, insostenibili
solitudini ci accompagneranno?

Acqua
Madre, antico principio, presenza senza fine, custodisci forme, distanze.
Sei in ciò che incontri, ogni impronta è la tua impronta, la tua misura è nel palmo.
Calmo specchio, celi scrosci, fragori,
e nel gelido abbraccio l’oscura sorte delle chiglie.
Invocata crepiti, dilaghi.
Urna, confine, cieco orizzonte.
Accogli ombre nella quiete degli stagni.
In te si accendono aurore.

Presta fede all’apparenza!
La sola che riveli l’incessante mutamento della ripetitività.
– – –

Sognavamo.
Inesorabile, il tempo ci raggiunse.

Aria
Sfiori la terra.
Ti trafiggono voli, ali agitate.
Trascini onde, nubi, il gemito lontano delle piogge.
L’oscurità dei rami, la vastità dei campi, l’arsura delle siepi.

Non chiedere di non cadere.
Ascolta l’uomo, il suo dolore.

Fuoco
Divoravo ombre.
Le mie dita sciolsero metalli, accarezzarono argille.
Divoravo ombre.
Il grido atterrito delle foreste, il frenetico cuore delle città.

Poi torneremo, ognuno da solo, a qualche tipo di fede.
– – –
Povere cose affollano i miei sogni.

Terra
Questa terra è una ferita, lacerata, profonda, un ventre oscuro.
Con mute braccia, intrise di fango e di pioggia, questa terra ci protegge.
Come una nera madre china accanto al fuoco in una notte segnata da passi impazienti, inesorabili, ciechi passi nel buio.
Come una nera madre questa terra ti assomiglia; ha il tuo volto,
i tuoi occhi, il vigore del tuo riso.
Questa terra che credevamo di conoscere, dove un giorno ci saremmo perduti.
Aspra, assolata, divisa, questa terra è un presagio:
il grido della pietra, l’innocenza della luce, i tuoi occhi, l’azzurro dove un giorno mi sono perduto.
Il tempo, dicevi, ricordi?
Celato nel canto delle stagioni, nel vuoto dei gesti, dei nomi dimenticati, ci assale improvviso, si insinua all’angolo delle nostre labbra, nella fatica dei nostri sorrisi.
E il tempo, che credevamo di conoscere, si disperdeva in noi.
Questa terra!
Arsa, violata, trafitta.
Con braccia pietose.
Come una nera madre desolata.
China accanto al fuoco in una notte.
Erigemmo mura, città, fragili torri che mai sfiorarono il cielo.

Conosco il peso, la tua fatica, povere maschere di un’antica sorte.

Qualcuno
Gioisci, mio cuore,
già dimentichi dei padri, i figli tornano.
Sulle sponde del fiume sorgono città.
Giungeranno viandanti,
con drappi preziosi e lucide vesti.
Qualcuno disperderà la turba degli sciocchi.

Un lembo di cielo, quale che sia, un qualunque tratto di mare.
– – –
Il nuovo destino? Un tempo intatto, senza custodi.

Qui
Esigi una verità!
Taciuta, ignorata, talmente fragile da sconfiggere il tempo.
Chiedi la forza di uno sguardo puro, che non si presti.
Non fuggire, non fermarti.
Abita questa città.
Tra vie concitate, grandi alberi tristi, qui vive l’uomo.
Abbiamo percorso la terra.
Perduti nella pienezza del cammino,
ci siamo limitati alla ragione, alla sola ragione.
Che ne è della nostra saggezza?

Credevo di sapere, correvo.
– – –
In un gesto inatteso un tratto sfumato un aspetto dimesso.

Un soffio
È stanco il mio cuore.
Il silenzio ha visitato la mia casa
e mentre il buio siede nell’androne, si è levato il vento.
Un soffio ha accecato la mia anima,
travolto il mio cuore riverso.
Ed ora?

Ci sono parole sepolte in noi. Come tracce.
– – –
Non rinunciare alla tua paura.

Noi
Noi, senza sogni né dei, principio sommario, impreciso.
Oscura ragione.
Qui, ora.
Indifferenti all’aurora.
Il tempo non ha guado,
ora,
solo echi.
Di moltitudini.
Scomposti universi.

Tornano a sorprenderci le cose. Tese e profonde. Così reali.

L’uomo all’incrocio
È Dio che si china
o la storia nel volto dell’uomo all’incrocio,
che lento al mio vetro sorride?
Intento
il suo bruno profilo si copre di tramontana.
Forse per anni ha portato nel cuore stagliate figure;
fino a che il tempo sgranò il suo rosario,
di giorni e di strade nemiche e fredde,
ondeggiò,
si dissolse,
adagio la traccia svanì.
È Dio che si china
o la storia nel volto dell’uomo all’incrocio,
che lento al mio vetro sorride?

Senza preavviso
Un corpo, riverso nel tramonto.
Un volto fiero,
uno sguardo ostinato,
un palmo teso senza preavviso.
L’eco di un grazie.
Un Dio lontano,
dimenticato,
come un abito caduto e lasciato a terra.
È un tempo di inizio.
Ogni cosa ha un nome,
ora,
un volto.
E siamo qui.

Non troveremo quanto cerchiamo, né torneremo illesi dal nostro viaggio.

Tregua
C’è pace in me,
un vento a favore ha confuso ogni traccia.
Ho sulle spalle la profonda stanchezza di chi ha cercato.
Perduto a lungo
in un’insonne nostalgia.

Nulla ci appartiene. Se non ciò, cui ci votiamo appartenendo.

Eros Olivotto


 

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